Jacopo Koning e il Babaismo: quando l’assurdo diventa esperienza

Nel cuore dell’Oltrarno fiorentino, tra i vicoli di Borgo San Frediano e gli spazi creativi dell’Avamposto, l’arte si fa ironia, metamorfosi e gioco. Qui si è svolta BABA MANIFESTO, prima mostra personale fiorentina di Jacopo Koning, artista multidisciplinare e fondatore del movimento noto come Babaismo. Questa forma d’arte non si limita al visivo: coinvolge corpo, spazio e immaginazione, trasformando l’atto di osservare in un’esperienza totale. Tra collage, volti deformati, interventi sonori, performance e opere che sfuggono alla definizione univoca del medium, Babaismo propone un modo nuovo di leggere il presente e la realtà iperstimolata in cui viviamo. 

Cos’è il Babaismo: l’assurdo come linguaggio

Il Babaismo non è semplicemente una estetica visiva, né un puro gesto ironico. Nasce come risposta alla contemporaneità iperconnessa, un’epoca in cui siamo sommersi da feed infiniti, meme virali, stimoli digitali senza pausa e identità in continuo mutamento. Questo movimento eleva il nonsense e l’assurdo a strumenti di critica, creatività e condivisione culturale. 

Fondendo elementi del Nuovo Dada (New Age Dadaism) e riferimenti sottili al Surrealismo, Babaismo pone al centro il volto umano come simbolo di identità fluida e frammentata. I volti si deformano, si moltiplicano e si ricompongono proprio come fa la nostra percezione nell’era digitale: mai fissa, sempre riformulata, continuamente performativa e performata. L’assurdo, lungi dall’essere un errore da correggere, diventa lente attraverso cui osservare e comprendere l’epoca contemporanea. 

Il manifesto stesso del movimento – redatto dall’artista – explore le ragioni per cui Babaismo esiste, confrontandosi con eventi storici e sociali, includendo il trauma collettivo della pandemia del 2020, il sovraccarico di informazioni, e le tensioni politiche globali. Questo manifesto non vuole imporre una definizione rigida, ma spiegare perché l’assurdo oggi ha senso e chiunque può farne parte, indipendentemente da età, professione o disciplina artistica.

La mostra “BABA MANIFESTO” all’Avamposto: attraversare l’assurdo

Dal 26 novembre al 12 dicembre 2025, Avamposto ha ospitato BABA MANIFESTO: Manifesto of Babaism, prima personale fiorentina di Jacopo Koning, curata da Bianca Rafaelle. La mostra ha trasformato lo spazio in un percorso immersivo, dove il confine tra opera e spettatore si dissolvono. 

Entrare in BABA MANIFESTO non significava solamente osservare opere appese alle pareti: era un invito ad attraversare stratificazioni visive, sonore e performative. Serigrafie, incisioni, collage digitali, pitture e interventi filmici si susseguivano senza una direzione predeterminata, lasciando allo spettatore la libertà di sostare, tornare indietro, scoprire dettagli nuovi e immergersi pienamente nell’esperienza. Gli spazi dell’Avamposto sono stati abitati dalle opere: non semplicemente decorate, ma trasformate in campi di relazione tra immagine e visitatore. 

Il percorso narrativo non imponeva una lettura lineare, ma offriva scorci di ironia, di riflessività critica, di giochi visivi e concettuali dove i volti – iconici e deformati – parlavano direttamente alla nostra esperienza contemporanea. Molti visitatori hanno raccontato un’impressione particolare: prima si sorride, poi si resta in silenzio, colpiti da ciò che sembrava leggero ma era, nel profondo, una lente di riflessione sulla condizione umana di oggi.

Jacopo Koning - linguaggi ibridi

Jacopo Koning è un artista e designer di origini italiane e olandesi, nato a Bruxelles, cresciuto e formato tra Inghilterra e Firenze. Dopo un foundation year in arte all’University for the Creative Arts di Canterbury e una laurea in Fashion Design a Ravensbourne University London, ha completato con una borsa di studio un Master in Graphic Design presso l’IED di Firenze. 

La sua pratica artistica fonde processi digitali e analogici: flussi di lavoro basati su software come Adobe si intrecciano con disegni fatti a mano, texture scannerizzate, typefaces realizzate su carta, stampa 3D, incisione e interventi sonori. L’intento è trasformare l’ordinario in enigmatico, ridare vita a stimoli visivi quotidiani e riformularli in forme che sfidano aspettative e norme preconfezionate. 

Al centro del suo interesse c’è il volto – non come ritratto fisso, ma come icona in continua trasformazione. Attraverso questi volti l’artista esplora l’umorismo, la metamorfosi e la contraddizione identitaria, attribuendo personalità, ironia e ritmo a elementi apparentemente banali. Questa ricerca visiva è parte integrante del linguaggio del Babaismo, che incarna una sensazione di anti-normalizzazione e di gioco critico.

Evoluzione artistica: dallo spazio pubblico alle personali

Prima di approdare a mostra immersive e contaminazioni multimediali, Koning ha lavorato come street artist, impiegando sticker art e interventi urbani leggeri per trasformare angoli di città in microspazi di sorpresa e riflessione. Anche oggi, queste tracce urbane restano parte del dialogo tra arte e pubblico: piccoli interventi, mai invasivi, che stimolano curiosità, attirano i passanti e sollecitano nuove letture dello spazio pubblico. 

Questa esperienza nello spazio urbano ha plasmato la sua idea di arte partecipativa e aperta a tutti, un principio che ha permeato anche la realizzazione di BABA MANIFESTO: non un evento esclusivo o “alto”, ma un dialogo aperto, accessibile e condiviso con chiunque abbia varcato la soglia.

Temi ricorrenti nel lavoro di Koning

Tra i nodi concettuali che attraversano l’opera di Jacopo ricordiamo:

  • Metamorfosi facciale come simbolo di identità fluida e performativa;
  • Sovrastimolazione digitale e frammentazione del pensiero;
  • Ironia e nonsense come strumenti di critica culturale;
  • Anti-normalizzazione e gioco visivo come forma di resistenza culturale;

Partecipazione attiva del pubblico come componente integrante dell’esperienza artistica.

Non negare l’assurdo

Nel podcast Jacopo tocca un punto filosofico centrale: negare l’assurdità del presente sarebbe una forma di autoinganno.

Cita l’esistenzialismo, parla di “cattiva fede”.
Di quella tendenza umana a scegliere la via più comoda, a fingere che tutto sia coerente, lineare, ordinato.

Il Babaismo, invece, parte da un gesto semplice: riconoscere che il mondo è disallineato.

Non abbellisce.
Non semplifica.
Non rassicura.

Rende visibile ciò che già viviamo.

Ventilazione psicologica

Una delle espressioni più forti usate da Jacopo nell’intervista è “ventilazione psicologica”.

Creare opere apparentemente sproporzionate, disturbanti o volutamente sbilanciate non è provocazione gratuita. È un modo per respirare.

Il Babaismo diventa così uno spazio di decompressione.
Un modo per trasformare il sovraccarico emotivo in materia visiva.

Non è distruzione del senso.
È sopravvivenza attraverso l’espressione.

Caos nelle opere, disciplina nel pensiero

Durante la conversazione emerge un elemento spesso frainteso: ciò che appare confuso è in realtà sorretto da una struttura precisa.

Le opere possono sembrare caos.
Ma il manifesto è disciplinato.
Il nome del movimento è scelto.
La volontà di definirlo è lucida.

Il Babaismo non è improvvisazione incontrollata.
È caos consapevole.

Ed è proprio questa tensione tra disordine visivo e chiarezza teorica a renderlo coerente.

La giacca: un’origine concreta

C’è poi un episodio raccontato nel podcast che diventa quasi simbolico: la giacca macchiata.

Un errore.
Una macchia rossa.
Un momento di frustrazione.

Quello che poteva restare un incidente diventa invece un punto di partenza. La trasformazione dell’errore in opera segna l’inizio di un percorso espositivo.

Non è un dettaglio aneddotico.
È una dichiarazione di metodo: l’imprevisto non si cancella, si integra.

Un movimento dichiarato, non chiuso

Jacopo sottolinea anche un altro aspetto: il Babaismo non vuole essere un gesto isolato.

Nominarlo significa aprirlo.

Recuperare l’idea dei movimenti artistici dichiarati, riconoscibili, condivisibili. Non un’etichetta sterile, ma uno spazio in cui altri possano riconoscersi, eventualmente aderire, dialogare.

Il Baba Manifesto non è solo la spiegazione di una mostra.
È l’inizio di una possibilità.

Conclusione: l’eredità dell’esperienza

Jacopo Koning, con il Babaismo, non propone semplicemente immagini da guardare: propone esperienze da vivere. Sia nello spazio urbano sia in contesti espositivi come l’Avamposto, il suo lavoro invita a ridere, pensare e interrogarsi sul mondo contemporaneo – un mondo in cui l’informazione è frenetica, le identità sono fluide e l’assurdo può essere una forma di verità condivisa. 

Il Babaismo continua oltre la mostra: resta nelle immagini che scorriamo, nei volti che osserviamo, nelle trasformazioni quotidiane che viviamo senza sempre notarle. Il suo gesto più potente è forse questo: ricordarci di non prenderci troppo sul serio, pur restando profondamente consapevoli del nostro tempo.

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